È appena stato pubblicato un quadro di orientamento con nove standard di qualità congiunto sull’educazione non violenta. Sula Anderegg, levatrice e membro del Comitato centrale della Federazione svizzera delle levatrici, ha contribuito alla sua elaborazione. In un’intervista con la rivista «Obstetrica», racconta delle discussioni all’interno della rete Educazione non violenta (Protezione dell’infanzia Svizzera), del ruolo particolare delle levatrici e di ciò che serve affinché l’educazione non violenta si radichi nella vita quotidiana.

Una madre urla regolarmente contro il suo bambino di due anni, lo insulta definendolo «stupido idiota» quando gli cade qualcosa o non riesce a fare qualcosa. Un padre dice a suo figlio, ogni volta che prende un voto inferiore a sei a scuola, che finirà per diventare un fallito. In un’altra famiglia, i genitori lasciano piangere il neonato la sera affinché impari ad addormentarsi da solo. Un’altra famiglia ancora, invece, controlla ogni minimo gesto del proprio figlio, decide per lui come trascorrere il tempo libero, non lo perde mai di vista, stabilisce con chi ha il diritto di entrare in contatto contatti e con chi no.
Il concetto di violenza educativa è oggi ampiamente diffuso, senza che si sappia però dove si situino i suoi limiti. Dove inizia la violenza? E cosa significa, in definitiva, un’educazione non violenta nella vita quotidiana della famiglia?
Cosa significa «senza violenza»?
«Il tema è vasto e complesso. Anche all’interno del gruppo di esperti sull’educazione non violenta abbiamo discusso intensamente su cosa debba essere considerato violenza nell’educazione. Questo confronto è stato una parte importante del processo», così Sula Anderegg riassume il lavoro svolto nel gruppo di lavoro sull’educazione non violenta. «Che cosa significa esattamente “senza violenza”? Dove si situano i limiti dell’educazione?» – queste sfumature vengono interpretate in modo diverso non solo dai genitori, ma anche dagli esperti. Ogni persona porta con sé la propria storia, la propria esperienza di vita e le proprie rappresentazioni.»
Superare il tabù
Sula Anderegg sottolinea che, in un primo momento, la questione decisiva non è quali situazioni concrete debbano essere condannate come violenza non è. Si tratta piuttosto di superare i tabù di quel che accade in casa e di destigmatizzarlo. «Deve avvenire un cambiamento di paradigma nell’atteggiamento nei confronti della violenza, verso un’educazione non violenta. Ciò riguarda sia i genitori sia gli esperti.» Sula cita un esempio: Durante una visita post-parto, una levatrice nota come una madre tenga tranquilli i suoi due figli più grandi davanti allo schermo con Coca-Cola, patatine e cioccolato; i bambini sono fortemente sovrappeso e giocano a un videogioco non adatto alla loro età. La madre sembra complessivamente sopraffatta dalla situazione. L’ideale sarebbe che, in una situazione del genere, la levatrice disponesse dei mezzi e delle possibilità necessari per affrontare l’argomento con la madre in modo delicato e senza farla sentire in imbarazzo. Potrebbe offrirle un aiuto concreto e, se necessario, indirizzarla verso un servizio di aiuto che le fornisca ulteriore sostegno. Questo però richiede una grande competenza professionale e oltretutto, attualmente, la levatrice non riceve alcun compenso per questo sforzo supplementare.
L’educazione non violenta non si limita all’assenza di violenza fisica o psicologica, ma riguarda l’atteggiamento di fondo nei confronti del bambino.
Il senso di sopraffazione come forza motrice
Il sovraccarico e l’ignoranza, come Sula ha constatato più volte, giocano spesso un ruolo importante. La violenza nelle sue diverse forme è spesso legata al fatto che uno o entrambi i genitori raggiungono i propri limiti. «Una famiglia è forte dipende dalle fondamenta genitoriali. È quindi fondamentale rafforzare i genitori affinché sviluppino competenze personali e abbiano la possibilità di agire senza ricorrere alla violenza anche in situazioni stressanti.»Come sottolinea Sula Anderegg, si tratta anche di mettere in discussione i luoghi comuni educativi tramandati dalla società. Negli ultimi anni sono già cambiate alcune cose. In passato, ad esempio, si diceva che bisognasse semplicemente lasciare piangere un neonato. Questo atteggiamento non è quasi più condiviso. «Ma questo non significa affatto che siamo giunti a un’educazione non violenta. Siamo solo all’inizio di un progetto che coinvolge più generazioni e mira alla comprensione sociale, e che durerà ancora a lungo», afferma Sula, confutando l’ipotesi secondo cui la società avrebbe già compiuto un enorme passo avanti nell’educazione non violenta. L’educazione non violenta – questo è un principio fondamentale – non si limita all’assenza di violenza fisica o psicologica, ma riguarda l’atteggiamento di fondo nei confronti del bambino.
Cosa significa l’educazione non violenta per le levatrici?
Il nuovo approccio dell’educazione non violenta comporta una responsabilità per le levatrici. «In qualità di professioniste, abbiamo il dovere di dare un nome a ciò che vediamo – senza attribuire colpe». Secondo Anderegg, le levatrici si trovano in una posizione privilegiata in questo senso. «Abbiamo il vantaggio fondamentale, e al contempo la responsabilità professionale, di recarci a casa delle famiglie sin dai primi momenti. Lì incontriamo anche i fratelli e le sorelle più grandi, osserviamo e percepiamo molte cose.» Allo stesso tempo, è chiaro che la levatrice deve poter contare anche su una buona rete di supporto.
È fondamentale che i diversi gruppi professionali parlino della stessa cosa.
Una prospettiva comune
Gli standard di qualità (vedi riquadro) si basano proprio sul punto di vista di una prospettiva comune. È fondamentale che i diversi gruppi professionali parlino della stessa cosa. Infatti, come è emerso, sulla questione di cosa si intenda per educazione non violenta esiste un margine di interpretazione. Il quadro di riferimento elaborato congiuntamente mira quindi a creare una base interdisciplinare. Non si configura come un insieme rigido di regole, ma come una guida orientata alla pratica per uno sviluppo sostenibile della qualità.
Quadro di orientamento sull’educazione non violenta
Il quadro di orientamento con i nove standard di qualità crea una base comune su cosa si intenda per educazione non violenta e offre agli operatori del settore un orientamento per il loro lavoro.
Leggi gli Standard di qualità per l’educazione non violenta qui (cliccare)
Vedi anche qui (cliccare)
Servizi per la prima infanzia e altri centri specializzati
Proprio per quanto riguarda i servizi per la prima infanzia, però, permangono ancora delle lacune. Esiste un divario tra l’assistenza delle levatrici, la consulenza per la prima infanzia, altre offerte obbligatorie a livello comunale e le strutture regolari esistenti. Le offerte dovrebbero integrarsi meglio tra loro per essere più accessibili e consentire alle famiglie di usufruirne indipendentemente dal loro contesto sociale o socioeconomico. Le barriere culturali, finanziarie o linguistiche non dovrebbero impedire l’accesso al sostegno.
Una maggiore responsabilità richiede risorse
Per le levatrici, l’educazione non violenta comporta requisiti aggiuntivi. Le levatrici necessitano di competenze supplementari, devono possedere maggiori conoscenze e seguire corsi di formazione continua. Questo problema non riguarda solo le levatrici, ma vale anche per la consulenza ai genitori e per altre offerte rivolte alla prima infanzia. Purtroppo, questo lavoro supplementare di prevenzione e di creazione di reti non è automaticamente finanziato dal sistema sociosanitario attuale. Tuttavia, continueremo a lottare per questo obiettivo anche in futuro: il primo passo è stato compiuto con l’inserimento dell’educazione non violenta nel Codice civile.
Insieme abbiamo più forza
Quanta forza e quanta influenza possano acquisire le associazioni di categoria quando si uniscono, perseguono lo stesso obiettivo e lavorano insieme, è emerso chiaramente nel tema dell’educazione non violenta. Il fatto che la richiesta di sancire l’educazione non violenta nel Codice civile sia stata accolta a livello politico (vedi intervista qui) va considerato come il primo importante risultato di questo lavoro comune.
Come procedere
Ora tocca alle associazioni coinvolte: devono sensibilizzare i propri membri sul tema e motivarli ad approfondire il quadro di orientamento che riporta i nove standard di qualità. Anche la Federazione svizzera delle levatrici avrà ulteriore lavoro da svolgere: in futuro, dovrà chiarire in che modo potrà essere compensato l’onere aggiuntivo che ne deriva per le levatrici. Inoltre, dovranno essere offerti corsi di formazione continua nel campo dell’educazione non violenta (vedi riquadro pagina 17). Si tratta di un grande cambiamento sociale. Ma più attori lo sostengono, più facilmente si potrà cambiare qualcosa. La prevenzione spesso incontra difficoltà perché il suo effetto non è immediatamente visibile. Lo sviluppo finora osservato ha tuttavia dimostrato che il cambiamento diventa possibile quando molti professionisti e associazioni si assumono congiuntamente la responsabilità. «E alla fine la discussione porta inevitabilmente anche alla questione delle risorse, ovvero alle finanze», conclude Sula Anderegg. Ma al primo posto c’è l’atteggiamento di fondo della società: vogliamo un’educazione non violenta per i nostri figli?
Intervista con Sula Anderegg, levatrice e membro del Comitato centrale della Federazione svizzera delle levatrici.