In un mondo sempre più caratterizzato da incertezza, complessità e sensazione di essere sopraffatti, i legami di attaccamento stabili assumono un nuovo significato, sia come fattore protettivo sia come risorsa creativa.
Questo articolo fa parte del Dossier pubblicato nell’edizione 5/2025 di Obstetrica, edizione principale dell’anno, dedicata al tema del legame.
Diventare genitori è da sempre un evento complesso dal punto di vista biologico, emotivo e sociale. Nell’era della digitalizzazione, dell’accelerazione e delle crisi globali, la complessità è in costante aumento. Il futurista Jamais Cascio (2020) descrive il mondo odierno con il termine BANI, che sta per «brittle» (fragile), «anxious» (ansioso), «non-linear» (non lineare) e «incomprehensible» (incomprensibile). Questo concetto di carattere analitico descrive un mondo in cui le strutture stabili crollano improvvisamente, le persone soffrono di persistente incertezza e disorientamento, gli sviluppi sono difficilmente prevedibili, si viene sopraffatti dalla complessità e la paura collettiva cresce.
In questa realtà, le levatrici accompagnano le famiglie nelle fasi vulnerabili della gravidanza, del parto e del puerperio. Molti genitori sono consapevoli dell’importanza dell’attaccamento. Alcuni di loro, spesso animati dai social media, perseguono un’immagine distorta o idealizzata della genitorialità orientata ai bisogni e all’attaccamento. Può la teoria dell’attaccamento di John Bowlby (1988) e Mary Ainsworth (1978) fornire una guida in tal senso? O aumenta piuttosto la pressione su genitori, professionisti e altri specialisti?
La teoria dell’attaccamento alla luce degli sviluppi attuali
La teoria dell’attaccamento di Bowlby (2001) continua ad essere forse più che mai rilevante nell’era descritta da Cascio come «BANI» (vedi sopra. Bowlby descrive il modo in cui le relazioni create nella prima infanzia plasmano il resto della vita di una persona. Il legame del bambino con una figura di attaccamento primaria sensibile contribuisce alla capacità di sopravvivenza, alla sicurezza emotiva e alla regolazione dello stress. Se la figura di attaccamento risponde in modo sensibile, tempestivo e coerente ai segnali del bambino, ciò promuove lo sviluppo di un modello operativo sicuro per l’attaccamento. In questo modo il bambino acquista fiducia in sé stesso e nel mondo, che può quindi esplorare, maturando così esperienze rilevanti per il suo sviluppo (Ainsworth et al., 1978). Al contrario, la reiterazione di risposte poco sensibili, inadeguate o incoerenti può portare a tipologie di attaccamento insicuro, evitante o disorganizzato, che influenzano il bisogno di esplorazione del bambino e il suo comportamento presente e futuro, ad esempio nelle relazioni o in situazioni di stress (Bowlby, 1988; Ainsworth 1978; Main & Solomon, 1990).
Il legame del bambino con una figura di attaccamento primaria sensibile contribuisce alla capacità di sopravvivenza, alla sicurezza emotiva e alla regolazione dello stress.
Prospettive attuali sulla teoria dell’attaccamento
Negli ultimi decenni, la teoria dell’attaccamento è stata ulteriormente sviluppata ed esaminata criticamente. Originariamente Bowlby (2001) ha descritto il bisogno di attaccamento primario come un comportamento innato, che si sviluppa in ottica evolutiva per garantire la sopravvivenza del bambino. Nella sua prospettiva, influenzata dai valori di una società occidentale, borghese e patriarcale, la madre è considerata la figura di attaccamento primaria durante il primo anno di vita del bambino. Tuttavia, da una prospettiva contemporanea e più ampia, l’attenzione esclusiva alla relazione madre-figlio non sembra più attuale e l’idea di una figura di attaccamento primaria monotropica viene quindi messa in discussione. Oggi —in molte famiglie e in molti modelli di cura condivisa — i padri, i genitori acquisiti, i nonni o le figure di riferimento e i professionisti esterni alla famiglia assumono ruoli rilevanti per quanto riguarda l’attaccamento. Se si tiene conto della diversità culturale dei sistemi di accudimento, è possibile rilevare che i bambini sono in grado di sviluppare legami con più figure di accudimento (Dagan & Sagi-Schwartz, 2021; Grossmann & Grossmann, 2021) e che la cura dei bambini può essere organizzata in modo più collettivo (Ahnert, 2004).
Modificabilità dei modelli di attaccamento
Bowlby (2001) ipotizzava che i modelli di attaccamento che si formano nella prima infanzia rimanessero stabili per tutta la vita. Oggi si ritiene che l’attaccamento possa modificarsi. Sebbene le esperienze precoci siano determinanti, le relazioni successive, i rapporti di coppia o i processi terapeutici possono influenzare i modelli di attaccamento (Grossmann, 2013; Harms, 2016; Stern, 2004).
Da una prospettiva contemporanea e più ampia, l’attenzione esclusiva alla relazione madre-figlio non sembra più attuale.
Basi biologiche
Accanto agli aspetti di psicologia dello sviluppo e ai comportamenti osservabili, nella teoria dell’attaccamento di Bowlby anche la genetica, l’epigenetica e la neurobiologia giocano un ruolo nel processo dinamico di attaccamento. Varianti genetiche, ad esempio nel gene del recettore dell’ossitocina (Julian et al. 2019) o nel gene del trasportatore della serotonina (Landoni et al. 2022, Hankin et al., 2022), influenzano la reazione dei bambini allo stress, alla separazione e agli stimoli sociali. Esperienze di attaccamento insicuro o traumi possono essere trasmessi in modo transgenerazionale attraverso cambiamenti epigenetici nell’espressione genica, a meno che non vengano interrotti da fattori protettivi, come relazioni sicure o interventi terapeutici. Da recenti conoscenze neurobiologiche (Strüber, 2016) si può dedurre che le prime esperienze di attaccamento contribuiscono in modo decisivo alla connessione funzionale delle strutture cerebrali del bambino. In questo processo è particolarmente importante l’ormone dell’ossitocina, che viene rilasciato quando si riceve affetto e che favorisce l’intimità e la fiducia. Al contrario, lo stress cronico causato da negligenza o cure incostanti può portare a una iperattività permanente dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, compromettendo così lo sviluppo della regolazione delle emozioni e dello stress.
Fattori che influenzano l’attaccamento
Recenti studi sull’attaccamento mostrano che la qualità e la stabilità delle relazioni di attaccamento sono influenzate in modo significativo dalle condizioni sociali e culturali. Ad esempio, essere genitori sotto pressione temporale o economica, con scarso sostegno sociale o soggetti a specifiche aspettative di ruolo può peggiorare la sensibilità e la disponibilità emotiva. Al contrario, reti sociali affidabili, la condivisione dei compiti nella coppia e il riconoscimento sociale delle cure genitoriali possono rappresentare fattori che favoriscono l’attaccamento.
L’attaccamento come processo dinamico
In sintesi, dallo sviluppo della teoria dell’attaccamento si possono trarre le seguenti conclusioni: i processi di attaccamento si basano su interazioni sensibili e sono sempre inseriti in un contesto biopsicosociale e culturale. Sono plasmati sia dalle esperienze pregresse sia da fattori epigenetici, nonché dalle relazioni attuali con diverse figure di attaccamento e da possibili interventi terapeutici. L’attaccamento è un processo dinamico che può cambiare nel corso della vita. Sulla base di queste conclusioni, è possibile ridurre la pressione sui genitori nel suo complesso. La madre non è l’unica figura di attaccamento, ma agisce all’interno di un contesto sociale che ne condivide o dovrebbe condividerne la responsabilità. L’isolamento sociale delle famiglie nucleari rappresenta un’ulteriore sfida del nostro tempo. Ciò che servirebbe invece è una rete sociale – nello spirito del celebre proverbio «per crescere un bambino ci vuole un villaggio» – e un accompagnamento professionale che rafforzi l’attaccamento, così da fornire un supporto a lungo termine a bambini e famiglie.
I processi di attaccamento si basano su interazioni sensibili e sono sempre inseriti in un contesto biopsicosociale e culturale.
Accompagnare genitori e figli rafforzandone il legame
Le levatrici instaurano un rapporto di fiducia e collaborazione con le/i clienti (Organizzazione Mondiale della Sanità, 2024) e diventano temporaneamente figure di riferimento e attaccamento nel sistema familiare. Lavorano, per quanto possibile in modo continuativo, accompagnando la famiglia con empatia e favorendo la co-regolazione. Soprattutto durante la vulnerabile fase di transizione che caratterizza il diventare genitori, l’impegno, la guida e il sostegno sono fondamentali (Schmid, 2015). Il bambino, la madre e l’ambiente circostante possono essere considerati come un ecosistema umano in cui gli strati esterni forniscono stabilità e protezione agli strati interni (Schmid, 2015). La levatrice è temporaneamente parte integrante di questo sistema. Un contesto sicuro e protetto sostiene i genitori nella loro capacità di regolazione e di connessione con sé stessi (Harms, 2020). Ciò rafforza l’autoefficacia e l’accesso alle risorse interiori, come ad esempio la sensibilità genitoriale, e crea condizioni favorevoli per la costruzione del legame con il bambino.

Le levatrici agiscono, come i genitori, nel contesto BANI (vedi sopra). Ciò può portare a situazioni di assistenza complesse e condizioni di lavoro impegnative. In un’epoca caratterizzata da incertezza globale, crisi e dalla crescente sensazione di essere emotivamente sopraffatti, molte persone vivono un fondamentale allontanamento dal proprio corpo e dalle relazioni sicure. Diventa perciò ancora più importante rafforzare la percezione di sé, il legame con sé stessi e quindi anche la capacità di attaccamento. È proprio qui che entra in gioco il lavoro sul corpo (Krähenbühl & Gschwend, 2024), sia per le/i clienti che per le stesse levatrici.
La connessione con sé stessi e il legame di attaccamento come fattori protettivi
Il lavoro sul corpo è un lavoro relazionale, sia rispetto al proprio io sia rispetto al contatto con l’altro. L’individuo nella sua condizione fisica, emotiva e cognitiva presente costituisce il punto di partenza (Krähenbühl & Keller, 2025). Anche l’iniziativa globale degli «Inner Development Goals» (IDG, 2025) sostiene – nel suo quadro di riferimento – che lo sviluppo, sia esso personale, sociale o globale, passa sempre attraverso la dimensione «Essere – Rapporto con il sé». Ciò può portare a più connessioni, relazioni interpersonali e ad avere maggior cura degli altri.

«Il legame ha bisogno del corpo»
Come affrontare i cambiamenti
Come affrontare quindi la dinamica generale di accelerazione, alienazione e complessità e ritrovare un rapporto più profondo con sé stessi nel qui e ora? «Back to the roots» – ritorno alle origini. Fermarsi un attimo, rallentare e percepire il terreno sotto i propri piedi oppure osservare il proprio respiro per qualche istante. Focalizzare l’attenzione sulla percezione del corpo e sulle emozioni presenti, dare loro un nome, rafforzare la capacità di autoregolazione e aumentare il grado di connessione con sé stessi. Ciò che a prima vista può sembrare banale, sono in realtà le basi del lavoro sul corpo e sulla consapevolezza corporea, noto anche come mindfulness. Naturalmente, questo lavoro sul proprio corpo può essere ulteriormente sviluppato fino ad arrivare a interventi di terapia corporea.
La capacità di creare relazioni e legami presuppone la consapevolezza di sé. La connessione con sé stessi costituisce la base delle relazioni interpersonali. Thomas Harms (2020) lo descrive in modo appropriato: «Il legame ha bisogno del corpo».
Lo stato di autoconsapevolezza della levatrice è la base per entrare in contatto empatico con la donna, il bambino e il partner, e crea i presupposti per comprendere e accompagnare la famiglia in modo più olistico. Per i genitori, una maggiore connessione con sé stessi può significare, ad esempio, un maggiore accesso alle risorse interiori, come la sensibilità nel prendersi cura degli altri. Le esperienze positive di relazione e attaccamento che ne derivano, seguendo la teoria dell’attaccamento e i suoi sviluppi, rafforzano il legame sia all’inizio della vita sia nel corso della stessa. Una maggiore connessione con sé stessi e un legame di attaccamento più forte difficilmente cambieranno immediatamente la complessità del mondo esterno, ma ciò che può cambiare è il modo in cui le levatrici e i genitori si rapportano ad esso e le risorse interiori di cui dispongono per farlo.
Testo tradotto dal tedesco da Elena Panduri.
La bibliografia di questo articolo si trova qui.