Dal 1° luglio, il diritto a un’educazione non violenta è sancito dal Codice civile svizzero. La consigliera nazionale Christine Bulliard-Marbach si è battuta per anni a favore di questa causa. Nell’intervista spiega perché la legge è più di una semplice misura simbolica, perché i genitori hanno bisogno di sostegno e perché l’impegno politico in questo ambito non è ancora concluso.
Intervista: Esther Grosjean

«Obstetrica»: Un passo positivo: dal 1° luglio, il diritto a un’educazione non violenta è sancito nel Codice civile. Ma quasi nessuno legge il Codice civile. Perché questa disposizione di legge è comunque così importante?
Christine Bulliard-Marbach: La violenza contro i bambini era già giuridicamente disciplinata, ad esempio dal diritto penale e nel diritto civile in materia di tutela dei minori nel diritto civile. L’esplicito riconoscimento dell’educazione non violenta nel Codice civile è tuttavia importante, poiché stabilisce chiaramente che la violenza non è un mezzo ammissibile nell’educazione.
Questa disposizione ha quindi soprattutto un effetto orientativo e di segnalazione. Non si tratta solo di violenza fisica, ma anche di affrontare il tema della violenza verbale e psicologica. La nuova disposizione mira a stimolare il dibattito e a indurre i genitori a riflettere sulle situazioni. Un esempio: si tratta già di violenza psicologica se ogni sera rimprovero mio figlio perché non ha fatto i compiti? Dove finisce l’educazione e dove inizia la violenza psicologica?
«Le famiglie dovrebbero poter parlare di ciò che accade in casa.»
Christine Bulliard-Marbach
Con l’inserimento dell’educazione non violenta nel Codice civile vogliamo rompere un tabù. Le famiglie dovrebbero poter parlare di ciò che accade in casa. Uno studio dell’Università di Friburgo commissionato da Protezione dell’infanzia Svizzera[1] mostra quanto tutto questo sia urgentemente necessario. Nel sondaggio, alcuni genitori hanno dichiarato di picchiare regolarmente i propri figli. I genitori tornano a casa stanchi dal lavoro, anche il bambino è stanco, e la situazione degenera. Molti genitori quando fanno ricorso alla violenza, a posteriori, si sentono in colpa . L’atteggiamento «Mio figlio è mio figlio, quindi posso fare quello che voglio» è fondamentalmente sbagliato.
L’educazione non violenta nel Codice civile
Dal 1° luglio il principio dell’educazione non violenta è espressamente sancito nel Codice civile svizzero (CC). I genitori devono educare i propri figli senza ricorrere alla violenza, in particolare senza punizioni corporali e altre forme di trattamento umiliante. Allo stesso tempo, la legge obbliga i Cantoni a garantire che, in caso di difficoltà educative, genitori e figli possano rivolgersi, congiuntamente o singolarmente, a centri di consulenza.
Il punto di partenza della modifica legislativa è stata la mozione «Ancorare l’educazione non violenta nel CC» di Christine Bulliard-Marbach. Il Consiglio nazionale ha approvato la mozione nel 2021, il Consiglio degli Stati nel 2022.
Fonte: Ufficio federale di giustizia, 25 febbraio (cliccare)
Nel 2019 ha presentato la mozione che alla fine ha portato alla modifica di legge. Ci sono voluti anni prima che la sua richiesta trovasse riscontro a livello politico. Sembra un lavoro duro, fonte di frustrazione.
È stato un lungo percorso, ma per me è sempre stato chiaro che avremmo continuato a lottare. In parte prevale ancora l’idea che l’educazione, e quindi il modo di occuparsi dei i bambini, siano di esclusiva competenza dei genitori e rientrino esclusivamente nella loro sfera di autorità. Le questioni private non appartengono alla politica – questa è la posizione sostenuta soprattutto dai rappresentanti dell’Unione Democratica di Centro (UDC). Durante la prima discussione, molti membri dell’UDC si sono espressi a favore dell’introduzione dell’educazione non violenta, ma alla fine purtroppo non è stato più così. Naturalmente, in questo caso, entra in gioco la pressione del gruppo parlamentare.
Mi oppongo alla convinzione di fondo secondo cui, anche in caso di violenza, nessuno abbia il diritto di dire nulla ai genitori: né il Cantone, né il Comune e tanto meno la politica nazionale. Quando nella sfera privata accadono cose intollerabili, ad esempio nell’educazione dei bambini, la politica deve intervenire. I bambini hanno bisogno di protezione.
Germania, Francia e Austria hanno già da tempo sancito per legge l’educazione non violenta. Studi pluriennali in materia suggeriscono che una normativa esplicita possa influenzare positivamente i comportamenti educativi e ridurre l’accettazione sociale della violenza.
L’«educazione non violenta» è un bel concetto. Come si può tradurlo nella realtà?
Nell’attuazione della mia mozione sono fondamentali due punti: l’inserimento dell’educazione non violenta nel Codice civile e l’accesso a servizi di consulenza per genitori e bambini. È fondamentale che i genitori dispongano di punti di riferimento a cui rivolgersi quando si sentono sopraffatti. I Cantoni sono ora tenuti a garantire che genitori e bambini, in caso di difficoltà educative, abbiano accesso a servizi di consulenza adeguati. L’attuazione concreta di queste misure è attualmente oggetto di esame, questi servizi sono molto importanti perché molti genitori si sentono sopraffatti e desiderano ricevere sostegno.
La tutela dei minori come tutela dei genitori: si può vedere anche in questo modo?
Sì, assolutamente, perché il sostegno ai genitori è sempre anche tutela dei minori. Per me è importante sfatare un pregiudizio radicato: la violenza nell’educazione non è un fenomeno limitato alle famiglie con un background migratorio. La violenza si verifica in famiglie e contesti molto diversi. Nell’ambito della mia attività politica ho parlato con molte famiglie e ho acquisito una visione approfondita della situazione. Anche genitori ben istruiti e benestanti hanno raccontato di arrivare regolarmente al limite e di aver picchiato i propri figli. In generale emerge che il sovraccarico tocca famiglie molto diverse tra loro.
Disporre di servizi di consulenza è una cosa, ma è fondamentale anche che i genitori ne vengano a conoscenza. Cosa è previsto a tal fine?
Il Consiglio federale, nel suo messaggio, ha affermato che la modifica di legge dovrebbe essere accompagnata da misure nazionali di sensibilizzazione. In che modo, concretamente, si intende raggiungere e informare i genitori? Per le misure di accompagnamento, ha stimato costi fino a 2,5 milioni di franchi all’anno. I dettagli concreti della campagna erano ancora da definire. L’obiettivo era tuttavia che la campagna fosse visibile in tutti i cantoni. Che ci si rechi a Lucerna, Losanna o Ascona, ovunque dovrebbero essere ben visibili grandi manifesti contro la violenza sui minori. In questo modo risulterebbe chiaro che tutta la Svizzera sostiene questa causa.
A che punto è questa idea?
Per il momento, alla luce dell’attuale situazione finanziaria, il Consiglio federale ha rinunciato a misure di sensibilizzazione a livello nazionale. Ora gran parte dell’attuazione spetta ai Cantoni. Esistono esempi positivi come Berna e Basilea Città, che hanno affrontato il tema e hanno reso visibili o potenziato le loro offerte di informazione e sostegno. Nel complesso, però, emerge il federalismo: ogni cantone adotta un approccio leggermente diverso. Per quanto riguarda l’educazione non violenta, ritengo importante una sensibilizzazione comune a livello nazionale.
Quindi lei continua a lottare.
Il fatto che al momento non esista una campagna di sensibilizzazione nazionale dedicata rende naturalmente più difficile l’attuazione. Anche per quanto riguarda l’accesso ai servizi di consulenza, ci si chiede se questi siano sufficientemente disponibili e conosciuti ovunque. Sono comunque fiduciosa che faremo progressi in questo ambito. La politica a volte è come un bambino che viene al mondo: con un’iniziativa politica si compie la nascita, dopodiché bisogna accompagnarlo a lungo.
[1] Violenza nei comportamenti genitoriali in Svizzera 1/2026: https://www.kinderschutz.ch/angebote/praeventionskampagne/starke-ideen-studie-bestrafungsverhalten?